Quei pochi metri

Oggi sono stanco.

Ieri sera sono uscito, ho fatto tardi e mi sono divertito. Quindi oggi la stanchezza è soprattutto fisica, quella abbastanza prevedibile del giorno dopo.

Eppure mi sento anche un po’ vuoto.

All’inizio non riuscivo a capire perché. La serata era andata bene, quindi non potevo nemmeno dare la colpa al fatto di essere uscito controvoglia o di essermi ritrovato ancora una volta in un posto in cui non volevo stare.

Mi sono divertito davvero.

Però c’era una parte di me che, mentre mi divertivo, continuava a osservare quello che succedeva.

Avrei voluto parlare con persone nuove.

Non necessariamente conoscere qualcuno di speciale. Non avevo bisogno che succedesse qualcosa di incredibile. Avrei semplicemente voluto riuscire a rompere il ghiaccio con qualcuno, parlare del più e del meno e vedere dove sarebbe andata a finire la conversazione.

C’era una ragazza con cui avrei voluto farlo.

Ci siamo incrociati e mi ha salutato. Non avevamo mai avuto vere interazioni prima di quel momento e, infatti, è finita lì.

Ciao.

Ciao.

Poi ognuno per la propria strada.

Più tardi l’ho rivista. Lei era con i suoi amici e io con i miei.

E ho aspettato.

Non so bene cosa stessi aspettando.

Forse che passasse di nuovo vicino a me. Che ci incrociassimo per caso. Che succedesse qualcosa che ci mettesse nella stessa situazione senza che fossi io a doverla creare.

In pratica aspettavo che fosse il caso a fare il lavoro al posto mio.

Perché l’alternativa sarebbe stata alzarmi dal mio gruppo e andare verso il suo.

E già solo immaginare la scena mi mette in imbarazzo.

Mi sarei sentito osservato dai miei amici, dai suoi e probabilmente anche da lei. Sarebbe stato evidente che mi ero alzato perché volevo parlarle.

E poi cosa avrei detto?

Credo che sia questo uno dei miei problemi.

Aspetto di avere una buona ragione per parlare con qualcuno. Una frase giusta. Un’occasione naturale. Qualcosa che giustifichi la mia presenza lì e che mi permetta di non sentirmi fuori posto.

Ma se continuo ad aspettare che tutte le condizioni siano perfette, probabilmente continuerò ad avere serate in cui mi diverto, torno a casa e penso a tutte le conversazioni che avrei voluto iniziare.

Non voglio più limitarmi a questo.

Non significa che alla prossima uscita mi alzerò dal mio gruppo, attraverserò il locale e inizierò a parlare con una sconosciuta davanti a tutti i suoi amici.

Probabilmente non ci riuscirei.

Ma forse non devo iniziare da lì.

Posso iniziare da qualcosa di molto più piccolo.

Una persona momentaneamente da sola. Qualcuno accanto a me al bancone. Un saluto che, invece di finire con un altro saluto, continua con una frase in più.

Una sola interazione che normalmente avrei aspettato e che invece, per una volta, provo a iniziare io.

Senza l’obiettivo di risultare interessante.

Senza dover ottenere un numero di telefono.

Senza pretendere che da quella conversazione nasca qualcosa.

Magari durerà trenta secondi e finirà nel nulla.

Ma almeno sarò stato io a creare quei trenta secondi.

Forse il vuoto che sento oggi viene anche da questo.

Dalla distanza tra il modo in cui vivo certe situazioni e il modo in cui vorrei imparare a viverle.

Per tanto tempo mi sono chiesto dove stessi andando limitandomi a osservare la direzione in cui mi portavano le cose. Ultimamente, invece, sto iniziando a chiedermi se ogni tanto non debba essere io a spostare qualcosa.

Anche di poco.

Ieri sera ho aspettato che succedesse qualcosa.

Non è successo.

La prossima volta non voglio promettermi di diventare improvvisamente una persona diversa. Voglio solo provare a fare una cosa che normalmente non farei.

Creare una piccola occasione.

E vedere cosa succede dopo.