È da un po’ che non scrivo, ma questo periodo è stato pieno. Ho fatto tante cose belle, e una in particolare mi ha lasciato qualcosa di grosso.
Tutto è iniziato per caso. Una sera esco con un amico, lui riceve una chiamata: c’era da dare una mano ad attaccare dei manifesti. Quei manifesti erano per un laboratorio in collaborazione con un’associazione di pagliacci. Ho deciso di partecipare. Sentivo il bisogno di fare qualcosa di nuovo, di mettermi in gioco.
Non è stato un corso per imparare a fare il pagliaccio. È stato qualcosa di molto più personale. Un’esperienza che mi ha permesso di guardarmi dentro. Mi ha toccato perché, senza saperlo, parlava esattamente delle cose che sto affrontando in terapia: il bisogno di connettermi con gli altri, di sentirmi parte.
La maggior parte delle persone si conosceva già. Io no. Solo un’altra ragazza era nella mia stessa situazione. Ma l’ambiente era accogliente. Nessuno ci ha fatto sentire fuori posto. Abbiamo lavorato bene insieme. Senza bisogno di forzare niente.
C’è stato anche un momento di “rinascita”. Era qualcosa di simbolico, e non voglio entrare troppo nei dettagli, ma è stato importante. Mi ha ricordato che ci sono. Che anche per gli altri, io esisto. E che certe volte serve proprio sentirlo, non solo capirlo.
Il giorno dello spettacolo ero agitato. Sentivo di non essere allineato con gli altri. Il gruppo mi sembrava distante. Per fortuna ha piovuto. E quella pioggia ha cambiato tutto: ci siamo messi a parlare, senza pressione. E da lì è tornata la connessione. Il pomeriggio abbiamo fatto uno spettacolo di improvvisazione in piazza. Non pensavo di farcela. E invece sì.
Dopo quello, sono successe altre cose. Sono uscito con gente nuova. Sono finito in un gruppo WhatsApp. Ho parlato. Anche con ragazze (sì, ancora mi fa strano dirlo). In questo periodo ho usato spesso l’alcool per socializzare.
Non perché ne abbia bisogno tutti i giorni, ma perché mi aiuta a liberarmi. Quando bevo, esce fuori un lato di me che normalmente si nasconde. Più sciolto, più leggero. E allora mi chiedo: chi sono davvero? Quello che parla con tutti con una birra in mano, o quello che lotta ogni giorno con l’ansia anche solo per iniziare una conversazione?
Penso che entrambi siano parte di me. Solo che fino ad oggi ha avuto spazio solo quello più chiuso, più trattenuto. Ora voglio che l’altro inizi a vivere. E voglio che lo faccia anche senza bisogno dell’alcool. Qualcosa si sta muovendo, ogni tanto lo sento uscire. Ma con l’alcool è più facile. Più amplificato.
Ora però sento che questa fase si sta sgonfiando. L’entusiasmo si è un po’ spento. Non ho più così tanta voglia di socializzare. Voglio chiudermi. Ma quando mi chiudo, poi voglio uscire.
E forse è proprio quel lato più chiuso di me che ora vuole farsi sentire. Quasi come se fosse geloso. Come se dicesse: “ehi, ci sono anch’io”. E ci sta. So che fa parte di me. Solo che vorrei smettesse di voler sempre essere il protagonista.
Non so se questa sia una pausa o un passaggio. Ma so che voglio iniziare a lasciare spazio anche a quell’altro me. Quello che si muove, che parla, che fa. Anche se ha un po’ di ansia addosso. Voglio che esista.
Perché ci sono. E voglio esserci.