Da quando sono tornato, qualcosa si è mosso. O forse sono stato io a iniziare a muovermi, a lasciarmi andare nel flusso di qualcosa che non controllo del tutto. È come stare dentro un torrente: non lo guido io, ma ci sto dentro, mi faccio portare. Non è sempre comodo, ma è vivo. Ed è nuovo.
Ho fatto tante cose ultimamente. Mi sto mettendo in movimento, esco di più, incontro persone, parlo. E soprattutto, non sento più quella morsa allo stomaco ogni volta che mi trovo in mezzo alla gente. L’ansia non è sparita del tutto, ma ha cambiato forma. Ora riesco a esprimermi. Magari non sempre bene, magari non in modo perfetto, ma ci riesco. E già solo questo, qualche mese fa, mi sembrava impossibile.
Ho iniziato a costruire connessioni. Sono leggere, ancora fragili, ma esistono. Prima nemmeno quello. Ora almeno c’è un filo, qualcosa che passa tra me e gli altri. E anche se a volte mi sembra di non sapere cosa farne, quel filo c’è.
Ma non è tutto semplice, e non è tutto risolto. Ci sono due versioni di me che convivono. Una che si lascia andare, che si fida del movimento. E un’altra che si trattiene, che si blocca davanti all’idea di dover “fare di più”. Succede spesso quando incontro persone nuove. Mi dico che potrei avvicinarmi, dire qualcosa. E poi arriva quel pensiero: “E mo che dico?” E lì mi blocco. Non è paura degli altri. È il mio modo di chiedermi se sono all’altezza.
In realtà, quando mi sento a mio agio, le parole vengono da sole. Non c’è bisogno di pensarle troppo. Non devo dimostrare nulla, e tutto scorre. Ma quando non mi sento sicuro, quella spontaneità si spegne. Ed è frustrante, perché dentro di me so che potrei fare di più, dire di più. Solo che qualcosa, ancora, si trattiene.
Non ho una soluzione. Però sento che sto cambiando. E questo basta, per ora. Anche se non so dove mi porterà il torrente, so che sto imparando a starci dentro. A volte in piedi, a volte trascinato, ma ci sto. E questo è già tanto.